

#07. Ma lo uccideranno l’uomo ragno? Forse no…
Di Riccardo Pioli, Direttore CoopfidiTempo di lettura: 4'
In queste settimane Sky sta trasmettendo una serie che racconta la storia degli 883, gruppo musicale che infiammò le estati musicali dei primi anni ’90. Per noi, all’epoca poco più che ventenni, quel tipo di musica rappresentava una rottura rispetto alle canzoni melodiche nostrane o al rock anglosassone. Parlava di vita normale, di amori, passioni, di divertimento.
Del resto erano gli anni della semplicità, quando ancora si viveva della rendita dei ricchi anni ’80, imperversava l’ottimismo e la fiducia nel futuro era ai massimi livelli. I primi telefonini cominciavano ad affacciarsi sul mercato, Internet era ancora materia di studio nelle Università e il calcio era ancora quello delle facce sofferte e normali di Schillaci o Baresi. Ma è proprio nell’estate del 1992, l’estate del successo di “Hanno ucciso l’uomo ragno”, che cambia il mondo della finanza, fino a quel momento potestà dei singoli Stati europei. Gli Accordi di Maastricht, che danno il via alla libera circolazione dei beni e delle persone all’interno dell’UE, mettono il nostro Paese a confronto con l’economia europea e con le sue regole. Noi, che cominciamo ad avere una certa, non potremo dimenticare mai quell’ansiosa estate del 1992 in cui il deficit finanziario dell’Italia fu esternato e l’allora Capo del Governo Giuliano Amato, nel disperato tentativo di recuperare risorse, arrivò nottetempo a tassare i conti correnti degli italiani.
Quello fu l’anno in cui ci accorgemmo che le Regole del gioco sarebbero cambiate, per sempre.
Da allora la riforma del sistema bancario con il Testo Unico del 1993, che pose le basi per i processi di aggregazione delle banche, troppo piccole e impreparate ad affrontare un contesto globalizzato. Anche il mondo delle imprese avvertì il colpo, basti pensare all’introduzione dell’obbligo di redigere il bilancio secondo le regole della IV Direttiva CEE.
Arriviamo poi al nuovo Millennio, che si aprì per il mondo finanziario non solo con l’introduzione dell’Euro, ma anche con gli Accordi di Basilea 2, che introdussero nel mondo delle imprese il concesso di rating: migliore è il “voto” che la tua banca ti attribuisce, maggiore è il volume di credito che puoi ottenere e migliore il tasso del denaro. Facile ed equo. Giusto? Forse, però a farne le spese furono le piccole imprese italiane, impreparate a quel metodo di valutazione e non dotate di strumenti di misurazione delle performances. Senza contare la “tradizione” bancaria di concedere finanziamenti a breve (i più cari) a “revoca” e in qualche anche “a simpatia” del Direttore di Agenzia.
Ricordo ancora che la prima banca a introdurre un proprio sistema di rating fu Capitalia (la banca di Roma) e fu un disastro: i volumi di finanziamento ai piccoli crollarono, tanto che la banca fece marcia indietro sul rating, ammorbidendo i criteri di selezione del credito.
Dopo vent’anni, intermezzati da crisi economiche e finanziarie oltre che dal declino dell’economia Occidentale, ci risiamo: le regole cambiano ancora. Ed ecco che oggi parliamo di LOM, le Linee Guida sulla concessione e il monitoraggio dei finanziamenti emanate dall’EBA (l’Autorità bancaria Europea) e di valutazioni ESG (tradotto: ambiente, sociale e governance) che indicano quanto un’azienda rispetti i canoni della sostenibilità, ambientale (tutto nasce infatti dagli Accordi di Parigi del 2015 sul cambiamento climatico), ma non solo.
Certo, l’uso di acronimi in lingua inglese non corrisponde ai principi dettati dalla nostrana Accademia della Crusca, però LOM e ESG hanno una cosa in comune: parlano di futuro.
Quel futuro che oggi appare così incerto agli occhi dei Millenials e dei Gen Z, travolti da lavori precari, pandemie, guerre e catastrofi naturali continue. E che cantano e ballano musiche del disagio, come è la trap, quasi a voler cacciare quello che verrà o voler viver solo il presente.
Le LOM, semplificando molto il concetto (non me ne vogliano i puristi dell’ingegneria finanziaria..) , affermano che la concessione del credito debba essere vincolata alla capacità prospettica dell’impresa di generare flussi finanziari in grado di remunerare il finanziamento concesso. Da ciò l’importanza di uno strumento che fino ad oggi era solo accademico e usato solo da chi voleva costituire un’impresa: il business plan.
Oggi però cambia tutto: il business plan diventa il documento fondamentale che disegna la strategia dell’impresa definendo le azioni dalle quali derivano ricavi e flussi finanziari. Ma non basta: per essere finanziabile l’impresa non deve solo produrre profitto per l’imprenditore, ma deve produrre beneficio alla collettività: non deve inquinare, deve rispettare i diritti umani e deve avere un sistema di governance che assicuri la pluralità.
Ma che c’entra la valutazione del merito creditizio con i fattori socio/ambientali, si chiederà qualcuno?
È semplice: le LOM obbligano a valutare, nell’attribuzione del rating, i fattori ESG dell’impresa, vale a dire considerare elementi di rischio non finanziari della stessa, che possono essere di transizione (svolgo un’attività sostituibile per effetto, ad esempio della tecnologia e quindi a maggior rischio) o ambientali (il mio capannone sta in zona alluvionale e quindi sono maggiormente esposto). In parole povere saranno premiate le imprese che hanno maggiore capacità prospettica e di visione sul futuro. Queste avranno più credito a minor costo rispetto alle altre.
Ciò pone noi, espressione del mondo delle imprese, nella necessità di preparare le aziende (soprattuto le più piccole, che sono il 97% del totale) ad affrontare questo cambiamento epocale svolgendo un importante ruolo di accompagnamento e di formazione. Il rischio, in caso contrario, è quello di veder sparire migliaia di piccoli imprenditori, con un danno sociale immenso. Proprio il contrario di quello che affermano i principi ESG.
Qualcuno poi, dirà: vabbè abbiamo superato Basilea 2 in un modo o nell’altro, ce la faremo anche stavolta. Purtroppo in venti anni la velocità delle trasformazioni è aumentata a dismisura e il rischio è quello di esserne travolti se non ci prepariamo per tempo. È per questo che il piccolo imprenditore e l’artigiano, proprio come l’Uomo Ragno degli 883, con le sua capacità di combattere tutti i giorni per sopravvivere e dare ricchezza alla propria comunità, non può morire.
Soprattutto non potrà morire a causa di “un’industria di caffè”…
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