
#11. Intervista a Valentina Liberatore: estetica oncologica e solidarietà per le donne in rosa
Elisa Renzulli, Responsabile Marketing e ComunicazioneTempo di lettura: 5'
Dall’esperienza personale della malattia nasce un progetto che unisce estetica oncologica, impresa e solidarietà, con l’obiettivo di restituire alle “donne in rosa” identità e fiducia in sé.
Puoi raccontarci il tuo percorso personale - da ex paziente oncologica a professionista che aiuta altre donne?
Lavoravo già in un centro di medicina estetica, quindi in quel periodo il mio lavoro era dedicato completamente alla bellezza delle donne, anche se ho sempre avuto il desiderio di aprire un’attività tutta mia. Poi è arrivata la diagnosi. Dunque, ho dovuto interrompere la mia attività lavorativa per dedicarmi alle cure.
Con l’inizio del Covid-19 ho cominciato a portare avanti un’attività online dedicata alle pazienti oncologiche, sotto forma di gruppo Facebook. Alla fine del 2020 ho deciso di trasformarla in un’associazione, perché mi sono resa conto che da un piccolo gruppo di una decina di pazienti eravamo diventate una community di oltre 700 donne da tutta Italia. La paziente che fa chemioterapia spesso sta a casa con nausea, problemi di salute e scarse energie. Perciò, il modo più efficace per raggiungerle in maniera capillare è l’online: i tutorial possono essere visti in qualsiasi momento, anche in pigiama.
Successivamente, per rendere il progetto più strutturato e poter includere anche collaborazioni con enti e altre associazioni, ho aperto ufficialmente la “OncoBeauty Onlus”. Da lì sono nate diverse attività: ad esempio i laboratori di trucco durante la Race for the Cure e il supporto a raccolte fondi per il casco refrigerante, il macchinario che aiuta a preservare i capelli durante la chemioterapia. Inoltre, grazie a Komen, abbiamo realizzato anche dei tutorial online pubblicati sul nostro canale YouTube. Erano video molto semplici, pensati per fornire informazioni utili a molte pazienti che avevano difficoltà, ad esempio, nel gestire la caduta di ciglia e sopracciglia. I tutorial di make-up servivano proprio a dare strumenti pratici per affrontare il periodo delle terapie dal punto di vista estetico, aiutandole a sentirsi e vedersi meglio.
Nel 2022 è uscito un bando della Regione Lazio a fondo perduto. Ho deciso di provarci presentando la prima parte della domanda. Man mano sono arrivate risposte positive. Mi sono rivolta a CNA e Coopfidi, che mi hanno aiutato a sviluppare un business plan. Mi rendevo conto di quanto l’impresa fosse impegnativa, quasi epica. Eppure, con grande coraggio, e anche con un po’ di incoscienza, ho creduto in questo progetto e alla fine sono riuscita a vincere il bando. Il progetto si è trasformato in un’azienda vera e propria, nella quale ho potuto finalmente sviluppare tutte quelle attività di consulenza in presenza che prima potevo offrire solo online. Questo luogo è diventato non solo una piccola azienda individuale, ma anche la sede delle attività benefiche dell’associazione.
Cosa ti ha spinto a mettere la tua esperienza al servizio di altre donne?
Tutto nasce dal fatto che sono esperienze che comprendo sulla mia pelle. Proprio per questo ho voluto rendere gratuito per le pazienti il percorso di ricostruzione, che rappresenta anche un piccolo ma importantissimo traguardo personale. Senza il limite economico, tutte possono accedere a ciò che io riesco a garantire con questa iniziativa. Inoltre, chi ha la possibilità e il desiderio di ricambiare può farlo con un gesto di solidarietà, attraverso una piccola donazione sull’IBAN della Onlus. In questo modo si crea uno scambio virtuoso che rende l’attività sostenibile: grazie a queste risorse posso acquistare l’attrezzatura necessaria, e quindi aiutare altre pazienti.
Mi ha spinto anche il fatto che ci sono passata e, in un certo senso, ci sono ancora dentro. Convivo con queste difficoltà insieme a loro. Essendo l’amministratrice della community, la persona che gestisce il gruppo, è come se da questo percorso non fossi mai davvero uscita. Da sei anni seguo quotidianamente una community di oltre 2.000-3.000 pazienti e ascolto le loro storie. Ogni giorno sono per loro un punto di riferimento. Molte cercano consigli, rassicurazione e informazioni che, purtroppo, fuori dalla nostra community difficilmente trovano, perché spesso manca un approccio realmente professionale a questi temi e non esistono percorsi formativi specifici.
Quali sono i servizi che offre la tua attività e come aiutano nel percorso di accettazione e benessere psicofisico delle “donne in rosa”?
Il servizio principale offerto dalla mia attività è la ricostruzione del capezzolo, una prestazione che purtroppo non è fornita dal Sistema Sanitario Nazionale. Accanto a questo, offriamo consulenze di trucco oncologico e cosmesi oncologica, studiate per aiutare le pazienti a prendersi cura della pelle durante e dopo le terapie. Ci sono poi le consulenze sui capelli, in particolare su come preservarli durante la chemioterapia attraverso l’utilizzo del casco refrigerante, e il supporto per la gestione delle unghie. Alcuni di questi servizi sono gratuiti, altri sono offerti a prezzi calmierati.
La consulenza, in particolare, ha anche un forte valore sul piano dell’autostima. Molte donne non si riconoscono più nel proprio aspetto: anche un gesto apparentemente semplice, come imparare a disegnare di nuovo le sopracciglia, per loro rappresenta un passo enorme.
Lo dico sempre: se parliamo di identità, l’immagine che abbiamo di noi stessi ne è una parte fondamentale. Quando l’aspetto esteriore cambia per cause che non scegliamo, si rischia di perdere il senso della propria identità. Questo ha un impatto psicologico profondo e può compromettere le relazioni sociali, il rapporto con il partner, con la famiglia, con gli amici e persino con il lavoro. È qualcosa che ho vissuto anch’io in prima persona: ed è proprio per questo che il mio lavoro non si limita all’estetica, ma diventa un vero e proprio supporto nel percorso di ricostruzione personale, oltre che fisica.
Nella tua esperienza, quali tabù incontri spesso nel parlare di ricostruzione estetica e identità corporea dopo il tumore?
Il tabù principale che incontro è legato alla paura. Le persone sane provano disagio nei confronti di tutto ciò che richiama visivamente la malattia. Quando l’immagine del tumore è evidente – per esempio attraverso la perdita dei capelli – diventa un promemoria della fragilità della vita. E non tutti sono in grado di gestire questa paura. Spesso, non si tratta di cattiveria o di pregiudizio consapevole, ma di un disagio che si manifesta negli sguardi, nell’imbarazzo, talvolta nell’evitare l’argomento. Accanto alla paura, c’è poi una grande ignoranza, nel senso letterale del termine. Chi non ha vissuto direttamente questo percorso, o non lavora in questo ambito, tende a pensare che “finita la chemio, sia tutto risolto”. In realtà non è così. Dopo un tumore restano conseguenze fisiche importanti e spesso poco conosciute. Molte giovani donne, ad esempio, sono costrette a entrare in menopausa farmacologica per cinque o dieci anni: a trent’anni si ritrovano ad affrontare problematiche tipiche di una donna molto più anziana, come secchezza, dolori articolari, difficoltà motorie, rigidità delle dita. Queste realtà – fisiche, estetiche, sessuali – sono quasi totalmente sconosciute all’esterno. Ed è proprio questa mancanza di informazioni a creare incomprensioni e difficoltà nelle relazioni sociali, più che un vero e proprio pregiudizio.
Cosa diresti a una donna che ha terminato le cure e sta valutando di sottoporsi a una ricostruzione estetica, ma è insicura o teme il giudizio altrui?
Le direi innanzitutto di darsi tempo e di darsi un’opportunità. Dopo le terapie spesso si è molto stanche, non solo fisicamente ma anche emotivamente, e questa stanchezza può portare a chiudersi, sia verso gli altri sia verso sé stesse. Non tutte riescono subito a concedersi la possibilità di tornare a prendersi cura della propria immagine. E così ci si nega persino la ricostruzione, che invece può aiutare a ritrovare autostima e rassicurazione.
Il mio consiglio è semplice: almeno vai a fare una visita, informati, ascolta, e poi prenditi il tempo di decidere. Nessuno obbliga a fare nulla subito. Ma concedersi un’opportunità è un’autorizzazione che solo noi possiamo darci. Oggi, rispetto al passato, ci sono molte più possibilità, più professionisti formati e percorsi più attenti alla persona. Approfittarne non significa cedere al giudizio degli altri, ma fare qualcosa per sé, quando e se ci si sente pronte.
Quali sfide hai affrontato come imprenditrice e in che modo Coopfidi ti ha sostenuta nel tuo percorso?
Le principali sfide che ho affrontato come imprenditrice sono state legate soprattutto alla burocrazia. In Italia non esistono veri percorsi formativi che accompagnino una persona nella creazione e gestione di un’impresa, e in più le normative e le regolamentazioni cambiano rapidamente nel tempo. Questo rende l’avvio di un’attività particolarmente complesso, soprattutto per chi parte da zero.
Il supporto di Coopfidi è stato fondamentale fin dall’inizio. Mi ha aiutata ad avviare la procedura di finanziamento con una banca, garantito proprio da Coopfidi, permettendomi di iniziare i lavori ancora prima di partecipare al bando. Senza garanzie, nessuna banca avrebbe concesso un finanziamento a una neo-imprenditrice; grazie a Coopfidi, invece, ho potuto superare questo primo grande ostacolo.
Successivamente, ho partecipato a un bando della Regione Lazio a fondo perduto. Anche in questo momento Coopfidi mi ha guidato nella redazione del business plan. Non avevo alcuna esperienza in questo ambito: non sapevo cosa dichiarare, come strutturare un piano di ammortamento o come presentare correttamente il progetto. Con grande pazienza, Coopfidi mi ha seguita passo dopo passo. Ogni volta che il bando procedeva e venivano richiesti nuovi documenti o approfondimenti, mi confrontavo con i referenti Coopfidi, leggendo insieme anche le parti più complesse del bando. Questo accompagnamento continuo mi ha permesso non solo di affrontare la burocrazia, ma anche di acquisire competenze fondamentali per trasformare un’idea in un’impresa concreta e sostenibile.
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